Non ce ne voglia Antonio Vivaldi, con la sua “Primavera”, ma nel 1685, il 21 marzo[1], equinozio di primavera, nasceva John Sebastian Bach. BACH, un nome grande, grandissimo, altisonante.
Nato sotto il segno dell’Ariete, lo si ama per la sua personalità oscura,
esuberante, eccessiva e per il suo carattere creativo e costellato di
impennate. Parliamo di un segno audace, che fa fiorire i deserti, di un eponimo
esploratore che non conosce limiti.
La musica che compone è un balsamo per il cuore, è infinita, il suo campo
non è una gamma di sette note, ma è una gamma incommensurabile di cui non se ne
riesce a vedere la fine, che persuade l’ascoltatore a scrollarsi di dosso la
superficialità trascinandolo poi in un ciclone virtuoso di assoluta bellezza che fonde Invenzione e Logica, Melodia e Armonia, Pathos e Logos.
Di grandi compositori ne
studiamo tanti, ma di uomini veri e coerenti con i propri princìpi no. Mai abbastanza lodato in vita, Bach
è uno di questi, dare e darsi
restò comunque la sua più grande soddisfazione che lo appagò a prescindere
dagli altri e dalla loro riconoscenza, è l’incarnazione dei valori che
fanno invidia e paura ai mediocri e che consacrano all’eternità i grandi. Sta proprio in questo la differenza tra essere un mero artista ed essere un
autentico artigiano che compone aliti d’infinito per intiepidire la nostra vita.
Per esprimerlo nel modo più chiaro, abbandoniamo per un attimo le parole,
rifugiamoci in questa culla di emozioni e lasciamo che un velo d’amore ci avvolga…
Teresa Martorelli
[1]

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